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LATO A
- R+Esistere (oltre il ponte)
Oltre il ponte è una poesia di Italo Calvino – partigiano con nome Santiago dal 1943 al 1945 – musicata in origine da Sergio Liberovici. Calvino racconta alla figlia la necessità di perpetuare la memoria di quanto accaduto e provato allora. La necessità di resistere è strettamente interconnessa con la necessità di esistere, rendendo l’esperienza della resistenza universale e necessaria. “Oltre il ponte che è in mano nemica, vedevamo l’altra riva, la vita. Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore, a vent’anni la vita è oltre il ponte, oltre il ponte comincia l’amore”.
Questo brano è stato scritto come colonna sonora di un film ispirato a don Chisciotte, e trova la sua strada qui come invito al viaggio, in apertura dell’album.
Oh ragazza dalle guance di pesca
oh ragazza color dell’aurora
spero che a narrarti mi riesca
la mia vita all’età che tu hai ora
coprifuoco, la truppa tedesca
governava la città, siamo pronti!
chi non vuole chinare la testa,
con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore,
a vent’anni la vità è oltre il ponte
oltre il ponte comincia l’amore.
Non è detto che fossimo santi,
l’eroismo non è sovraumano
avanti compagno va avanti,
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
oltre il muro, il cancello, il canneto,
l’avvenire di un giorno più umano,
più giusto più libero e lieto.
Ormai tutti hanno famiglia, hanno figli
che non sanno la strada di ieri
Io solo, passeggio tra i tigli,
con te cara che allora non c’eri,
e vorrei che quei nostri pensieri,
quelle nostre speranze di allora,
rivivessero in quel che tu speri
oh ragazza color dell’aurora.
2. FINE TURNO
Fine turno è una delle canzoni che sento più urgenti. Il testo nasce sull’onda emotiva di due recenti morti bianche, quella degli operai uccisi su una linea ferroviaria da un treno passeggeri vuoto e quello di Satnam Singh raccoglitore il cui braccio strappato da una macchina è stato messo in una cassetta della frutta poi lasciata, insieme al suo proprietario agonizzante, sui gradini di casa. Un simbolo, questa cassetta, della ferocia del capitale, che sembra palese additare in luoghi lontani quali il Bangladesh, ma nascosta nelle nostre pianure pulite e nei nostri capannoni.
I riferimenti letterari sono quelli di Martin Eden, poeta lavoratore protagonista del romanzo di Jack London, con la poesia, contenuta nel romanzo “I’ve done, put by the lute” e Nazim Hikmet, “Della morte”.
Ho finito, la chitarra tace
finito il turno e il mio braccio è (inscatolato)
canto canti di lavoro con verbi al passato
canto attriti arrugginiti in cerca di pace.
cantavo allora canzoni di un maggio esaltato
in foreste di lampioni ferroviariora taccio del silenzio dei binari
un treno vuoto ha straziato il mio pugno alzato
ho finito, non ricordo il suo viso
finito il turno e il mio braccio è inscatolato
quarto stato in marcia con un ritmo sbagliato
vola tra i cantieri sognando il paradiso
ma la classe operaia non va più in paradiso
ora va in purgatori con parcheggi ordinati
dove i mercanti hanno scacciato tutti i cristi arrabbiati
dove torah in sconto si rivendono a peso
dove si lavora per vivere, si vive per lavorare
dove si vive per finta su schermi illuminati
dove tutti sono belli, luminosi, patinati
dove si lavora e si vive per comprare e poi buttare.
dicono che siamo tutti uguali al suo cospetto
che la morte è fedele alla sua costituzione:
che è giusta, democratica, piena di rispetto
davanti a lei non c’è né servo né padrone.
certo mai è successo di leggere o sentire
di un magnate morto giovane schiacciato da un trattore
c’è chi dice che perché la morte sia giusta
bisogna che anche la vita sia giusta.
ho finito anch’io, la chitarra tace
finito il turno e il mio braccio è inscatolato
in piazza a maggio solo un ragazzino annoiato
con calli di chi scrolla, e mette mi piace.
a uomini e donne, profeti ordinari,
in saldo domani, per trenta denari.
ho finito, la chitarra tace
ma in prima serata, per ricchi acquirenti
i combattimenti tra noi stronzi pezzenti
ho finito, la chitarra tace
3. MÉTAMORPHOSES
Phoebe, Febe, Artemide: una storia ferale contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio, dove il cacciatore Atteone, devoto ad Artemide, sorprende per errore la dea nuda nell’atto di bagnarsi. L’occasione di un amore devoto e sano è perduta in una ferocia primitiva, fatta di devozione che diventa possesso. Il devoto Atteone è punito con la trasformazione in cervo e condannato ad essere dilaniato dai suoi stessi cani.
La ferocia di un amore basato sul possesso e non sul dono, oggi drammaticamente reso attuale dai numerosi casi di cronaca. Quindi le parti si invertono, nel testo è Artemide ad essere privata del suo diritto alla vita, ad una vita equivocata come proprietà privata da chi dice di amarla. Nel testo compaiono anche citazioni di una lettera di un reale fatto di cronaca e versi dal Cantico dei cantici, filtrato dalla visione distorta dello scrivente immaginario ma, purtroppo, realistico.
Phoebe, mio tutto, chiedo scusa a dio e anche a te
tu sei il mio amore, il mio universo
phoebe, tu eri tutto, e poi il tutto, me l’hai tolto così
quando hai indossato, sulla tua pelle
baci e carezze non miei
cadevo nell’abisso per te.
phoebe, mia vita, la mia sete era solo per te
solo io a bere, l’acqua sulla pelle tua
phoebe, perché hai scelto, di punire col tuo sdegno di dea
il primordiale, selvaggio amore
la notte in cui la luna fuggì
quella fonte, fu rossa per te.
phoebe mio amore, non piangere dai,
phoebe mio amore, non si torna indietro ormai,
forte come l’amore è la morte lo sai
ma è meglio essere forti che non avere amato mai
piangi, pallida luna sul monte
lacrime argento tra foglie blu,
non beve più il cervo alla fonte
ho rubato per te il mio sonno agli dei
la mia veglia agli uomini
e tu volevi lasciar pagare a me
i conti di tutti.
piangi, pallida luna sul monte
lacrime rosse tra foglie blu,
non tornerà nessuno alla fonte.
phoebe non mi aspetto, che nessuno capisca, neanche te
la mia passione è un inferno che
arde come folgore brucia tutto come i giorni tuoi e miei
questa ricchezza la invidian gli dei.
forte come la morte è l’amore mia dea
prima di vivere e morire noi non ne avevamo idea
phoebe chiedo scusa a dio e anche a te
con questa mia ti saluto, tuo per sempre
4. PER (BARAYE)
Il cantautore persiano Shervin Hajinpour nel 2022 scrive e pubblica la canzone “Baraye”, “Per”, durante le proteste per la morte di Mahsa Amini. Il pezzo diventa subito l’inno del movimento “Donna, vita e libertà” ed è valso al suo autore un grammy e una condanna a 4 anni di carcere con l’obbligo di scrivere un brano antiamericano.
Questa è la mia traduzione, che nella tradizione italiana che va da De André a De Gregori, è una vera e propria riscrittura. Un inno per chi è oppresso tra le bombe di Netanyahu e il controllo dei guardiani della rivoluzione, ma non perde di vista le prospettive per cui lottare.
Per la paura di ballare in strada
per la gioia di baciare sotto il cielo
per le madri le sorelle mie, le tue sorelle
per cambiare la mentalità lottare ancora
Per lo scempio della fame per chi non ha nulla
per chi vuole vivere scegliendo ancora
per i bimbi e loro sogni nella spazzatura
per cambiare questa economia lottare ancora
Per l’aria grigia che riempie i polmoni
per le donne e i figli di teheran ancora
e per tutti questi popoli che stanno morendo
per il grido e per il sangue sparso dell’innocente
Per un pianto senza fine senza più preghiere
per tornare a far sorridere un viso amato
e per tutti gli studenti per il loro futuro
per spezzare le disparità lottare ancora
Perché… il vostro paradiso è amaro
perché, i vostri slogan sono vuoti
perché, tutto crolla in polvere
perché, un sogno torni a splendere
Perché, il vostro paradiso è un falso
perché, le vostre mani sono sporche
perché dopo queste mille e una notte
il sole torni nuovamente a splendere
Per le pasticche e l’ansia di chi non dorme
per chi non sa dormire e sveglia il mondo
per chi, parla, canta, scrive e muore,
per le donne, per la vita e per la libertà.
5. VESPRO (SOLO LE PIDO A DIOS)
Anche il brano dell’argentino Leòn Gièco, Solo le pido a Diòs, con la potenza delle sue immagini commuove e smuove un essere umano concepito in una fratellanza universale. E’ una preghiera. E questa, con qualche licenza, è la mia versione.
Solo chiedo che
che il dolore non mi trovi indifferente
che al tramonto dei miei anni tra la gente
quanto fatto non sia stato sufficiente
Solo chiedo che
l’ingiustizia non mi trovi indifferente
che mi sia risparmiata l’altra guancia
se la vita ha gia’ affondato il suo fendente
Solo chiedo che
che l’inganno non mi trovi indifferente
se un solo giuda puo’ piu’ di molti altri
questi altri siano memori per sempre
Solo chiedo che
che il futuro non mi trovi indifferente
sfrattato e’ chi non sceglie liberamente
di affrontare una cultura differente
Solo chiedo che
che la guerra non mi trovi indifferente
e’ un mostro che calpesta brutalmente
tutte le colpe e l’innocenza della gente
LATO B
6. ALL’AMATO SE’ STESSO
Nel 1916 il poeta georgiano Vladimir Majakowskij chiosa questa pagina di letteratura con “all’amato se stesso dedica queste righe l’autore”. E’ la sintesi del creativo, in quel confine così fragile tra onnipotenza e annichilimento, tra tracotanza e umiliazione, tra vita e morte.
E’ una delle mie poesie preferite.
Quattro pesanti come un colpo
A cesare i soldi, a dio basta dio
man, mi faccio schifo anch’io
che cosa è giusto per me
e la mia tana, la casa mia dov’è…
se fossi piccolo come l’abisso blu
sulle onde danzerei
alla luna su piatte maree
strette e anguste le galassie per me
facciamo che sobrio come il blond tycoon
per la cruna in cammello mi compro un tour
anima mia che sete che c’è
dubai tutta non basterà per me.
se fossi muto com’era dante,
per ogni amante boccheggiante
versi di tronfia umiltà
sotto il mio lauro ciascuno striscerà
facciamo che, quieto come il tuono che
costringe al piacere multiplo
la madre terra che implora follia
stelle accese in buchi oscuri di gelosia
facciamo che, scuro il sole at noon
con gli occhi rosicchio le notti blu
perché dovrei io splendere per voi
proprio io scaldare il culo a tutti voi
striscerò al suolo il mio enorme amore
in quale notte afosa un sudicio golia
con rantoli al tabacco e nostalgia
concepì un ego enorme, futile e solo.
7. PER SARA
Scritta nel 2010.
Volerai
lascia andare ogni paura sul cuscino
pensa solo a cose belle e tra le stelle
due a destra, segui dritto per di la
fino al mattino ti aspettero’
e c’e’ una tenda che e’ una casa
e ha una porta al mare e una finestra al sole
e una stanza tutta libri per poter studiare
dove raccontare
e quell’edera sul muro in fondo e’ il nostro mondo
se ci credi fino in fondo sai che lo difendo e lo difendero’
e se domani ti diranno: e’ un posto che non c’e’
tu fidati di me.
e intanto dormi
libera il tempo
dormi
lasciati andare
dormi.
e’ un posto che non c’e’, ma ci sara’.
8. I NOSTRI ANNI
Se la canzone precedente fosse un singolo questo sarebbe il suo lato B. Scritta nel 2025.
Ditirambico corso i nostri anni,
orizzonti di eventi che scorrono dentro un perché
stormi bradi di semicrome in fuga
braccate dall’ordine ligio del tempo che va
del tempo che fa.
Sopra marciapiedi d’ebano
o sulle strade mai inchiostrate:
come su una bicicletta li abbiamo corsi i nostri anni,
e giriamo nell’orbita del sole
in 364 giorni
luci e spazi infiniti
o domeniche di ozio e caffè
ma sempre accanto a te.
Un preludio di anni per trovarti,
con pensieri stracciati da logiche senza un perché
ora che gli occhi tuoi come cieli
passeggiati da nuvole e sogni che sanno com’è
camminare io e te.
9. COME CHARLIE BROWN
Dedicata alla genialità e alla poesia di Schultz, la figura che rappresenta tutti i timidi e tutti i filosofi.
Ardito e tenace nell’affrontare i suoi fallimenti, la sua cotta per la ragazzina dai capelli rossi racchiude tutta la tenerezza che si può pensare. Mi rappresenta profondamente, se fosse solo per me e non per l’intraprendenza altrui, forse nemmeno sarei sposato.
I tuoi ricci tramonti, le trecce di fiamma
li guardavo nascosto invisibile a tutti
invisibile a me e anche a te che passavi
e avrei dato non so che tesoro per dirti
ciao come stai?
il mio nome ora non lo ricordo ma tu
ma tu dove vai?
dove vado io sai, io non l’ho mai saputo,
io non l’ho mai veduto, io non ci ho mai davvero
creduto
Guarda quanti visi chiari
lune che rifletton luci di astri touch al led
guarda quanta gente fuori
nuota in branchi a caccia della vita reale dei reel
Quanto vorrei dire anche i fatti miei
sempre che tu legga e ci metta un like
Ma io no, resto qui, non avrò coraggio di parlar con te
ma io no, sono qui, a guardarti perso come charlie brown
Guarda quanti volti allegri
corrono la vita a segnare la meta touchdown
guarda quanta gente in giro
balla tocca mani bacia labbra, e se anche io e te…
Quanto vorrei vincere anch’io un game
essere una volta il grande joe
Ma io no, resto qui, non avrò il coraggio di giocar per te
ma io no, sono qui, a guardarti perso come charlie brown
Quelle trecce di fiamma, i tuoi ricci tramonti
io li amati nascosto invisibile a tutti
invisibile a me e anche a te che crescevi
e avrei dato non so che tesoro per dirti
vieni con me
questo strano aquilone che non si alza tra i sogni
non volerà,
ma ci lega a quell’albero, stretti io e te.